EDITH STEIN: Ebrea, Filosofa, Carmelitana e Martire

“Dio è presente e vicino, soffre con noi”I numerosi studi pubblicati, alcuni di altissimo pregio, in questi ultimi anni hanno favorito una conoscenza più adeguata non solo della vita ma anche del pensiero e della spiritualità di Edith Stein. Singolare figura di pensatrice ebrea che abbraccia la fede cattolica e da monaca carmelitana muore nel lager di Auschwitz: è arduo parlarne in poche righe, senza essere banali e senza abbandonarsi agli stereotipi di certa letteratura agiografica. Una vita connotata dalla passione per la verità, in cui il filosofare non è mai fine a se stesso, ma è ricerca della verità come significato della vita e della realtà. Edith Stein, nata a Breslavia il 12 ottobre 1891, cresce alla scuola fenomenologica dell’amato maestro Husserl, dove apprende a “considerare ogni cosa con occhio libero da pregiudizi”, a “gettare via qualsiasi tipo di paraocchi”. Infatti il modo in cui Husserl “si è diretto alle cose stesse e ha insegnato a comprenderle intellettualmente in tutta la loro forza e a descriverle obiettivamente, fedelmente e scrupolosamente, ha liberato la conoscenza dall’arbitrio e dalla superbia, e ha condotto ad un atteggiamento conoscitivo semplice ed ubbidiente alle cose e perciò umile. Questo atteggiamento ha condotto anche ad una liberazione dai pregiudizi e ad una spregiudicata disponibilità ad accogliere evidenze colte intuitivamente” (E. Stein). La fenomenologia consente dunque di aprirsi alla trascendenza, di andare cioè al di là dell’assolutizzazione dell’immanenza: “La fenomenologia ha particolarmente messo in rilievo questo elemento passivo, perché esso segna il contrasto tra il suo modo di ricerca, che si fa condurre dalla ratio oggettiva, e quello delle correnti filosofiche moderne, per le quali pensare significa ‘costruire’; la conoscenza è una ‘creazione’ dell’intelletto che indaga”(E. Stein). Si può affermare che Edith Stein è mossa dal “desiderio di tornare all’oggettività, alla santità dell’essere, alla purezza e alla castità delle cose” (Peter Wust). L’ingresso nella Chiesa cattolica il 1° gennaio 1922 costituisce l’approdo di questo itinerario di ricerca, aprendole nuovi orizzonti esistenziali e intellettuali. E’ in particolar modo la lettura del libro della Vita di Teresa di Gesù a determinare la sua conversione, una lettura che non è astratto esercizio intellettuale ma è incontro con l’esperienza di Teresa, con una donna in cui la verità non è un sistema speculativo, ma “è passione bruciante, avventura in cui si mette a rischio la vita: qui la verità si fa sapienza del cuore, amicizia con Dio: qui la verità è <<fede parlante>>, è preghiera e felicità”(A. Neyer). Per quasi un decennio Edith è insegnante di lingua e letteratura tedesca nell’Istituto magistrale delle domenicane di Spira, proseguendo nel contempo i suoi studi filosofici, e in particolar modo approfondendo la conoscenza di Tommaso Aquino. Dal 1929 si dedica anche a un’intensa attività di conferenziera, che la fa conoscere e apprezzare dal grande pubblico. Chiamata nel 1932 al’Istituto di Pedagogia scientifica di Muenster sembra finalmente avere un riconoscimento accademico non del tutto inadeguato al suo talento. Tuttavia con l’ascesa al potere di Hitler e con la legge di riforma del pubblico impiego del 7 aprile 1933 che stabilisce che “gli impiegati pubblici di origine non ariana devono andare in pensione”, è costretta a lasciare la cattedra. Il 12 aprile 1993 scrive una lettera a Pio XI chiedendo che “la Chiesa di Cristo faccia udire la sua voce”. Il tono è appassionato e la visione lungimirante: “Questa guerra di sterminio contro il sangue ebraico non è un oltraggio alla santissima umanità del nostro Salvatore, della beatissima Vergine e degli Apostoli?….La guerra contro il cattolicesimo si svolge in sordina e con sistemi meno brutali che contro il giudaismo, ma non sono meno sistematici. Non passerà molto tempo e nessun cattolico potrà avere un impiego, a meno che non si sottometa senza condizioni al nuovo corso”. Una lettera sostanzialmente senza risposta, al di là delle consuete frasi di circostanza tipiche della curia vaticana. A questo punto, estromessa dall’insegnamento, non ci sono più ostacoli per il suo ingresso nel Carmelo, un desiderio coltivato sin dal momento della sua conversione ma non assecondato dal suo direttore spirituale, il quale riteneva che una brillante intellettuale come lei fosse chiamata a servire Cristo nel mondo. Varca la soglia del Carmelo di Colonia il 14 ottobre 1933, dove con il permesso o più probabilmente per espresso desiderio dei superiori può ben presto riprendere la ricerca filosofica, dedicandosi alla stesura del suo capolavoro filosofico, Essere finito ed essere eterno. Per un’elevazione al senso dell’essere. Con l’inasprirsi delle persecuzione degli ebrei in Germania, dopo la notte dei cristalli, suor Teresa Benedetta della Croce il 31 dicembre 1938 viene trasferita nel Carmelo di Echt (Olanda). Nel 1940 le truppe del Terzo Reich invadono l’Olanda e subito iniziano le deportazioni degli ebrei. Il 2 agosto 1942 Edith insieme alla sorella Rosa viene arrestata, come tutti gli ebrei cattolici residenti in Olanda, come gesto di rappresaglia per la coraggiosa presa di posizione dell’episcopato olandese contro le persecuzioni antiebraiche. Deportata nel lager di Auschwitz, presumibilmente il sue pellegrinaggio terreno si conclude in una camera a gas il 9 agosto 1942, quasi a costituire il capitolo finale del suo incompiuto studio su Giovanni della Croce, Scientia Crucis. In altre parole, “Edith ha percorso il cammino della ricerca del mistero di Dio e una volta che l’ha incontrato ha fatto l’esperienza di Auschwitz, testimoniando che in mezzo all’assurdità e alla malvagità umana, Dio è presente e vicino, soffre con noi, ci aiuta a portare il peso della croce della notte della fede e ci rende capaci di parlare di lui e di testimoniare la sua presenza nel cuore delle persone e del mondo”(C.Maccise). Beatificata a Colonia il 1°maggio 1987, canonizzata l’11 ottobre 1998 e proclamata l’anno successivo, sempre da Giovanni Paolo II, compatrona d’Europa, insieme a Brigida di Svezia e Caterina da Siena, la martire carmelitana è stata indubbiamente una pensatrice geniale che, partendo dalla sua formazione fenomenologica, ha saputo recuperare tutta la ricchezza del pensiero cristiano. Essere finito ed essere eterno si presenta come la summa del suo pensiero, un’opera affascinante che con densità contenutistica e rigore metodologico mira ad “esaminare la potenzialità dell’essere finito onde scoprire nella contingenza delle cose il dispiegarsi di un senso dell’essere; senso strettamente legato alla verità dell’essere eterno, e all’attuazione piena del proprio essere”. C’è un ulteriore aspetto tuttavia su cui ci sembra opportuno richiamare l’attenzione a conclusione di questa sintetica presentazione della figura di Edith Stein. La teologa Virginia Raquel Azcuy ha accostato la sua missione a quella del gesuita Ignacio Ellacurìa, martire del crocifisso popolo salvadoregno, la cui soteriologia storica è intimamente connessa con l’interrogativo su “quale umanità storicamente oppressa continui la salvezza di Gesù”, evidenziando la profonda affinità tra lo sguardo steiniano e quello di Ellacurìa: “in lei si rende manifesto ciò che sta succedendo in qual momento e si visualizzano con nitidezza simultaneamente i contorni della salvezza e del peccato”. Infatti scrive E. Stein: “quanto più profondamente un’epoca è sommersa nella notte del peccato e nella lontananza da Dio, tanto più necessita di anime che siano intimamente unite a lui. E Dio non permette che queste manchino in tali situazioni. Ci sembrano particolarmente illuminanti e suggestive, quasi commoventi le seguenti considerazioni della succitata teologa: “mostrando la relazione tra Ignacio Ellacurìa e Teresa Benedetta della Croce, si pone in evidenza che la salvezza di Cristo continua a realizzarsi in mezzo al peccato e alla notte della storia e che la parentela tra queste due figure sta precisamente nell’essersi fatte, loro stesse, in unione con Cristo, profetesse dei crocifissi e dei martiri. Solo una teologia che nasce dalla croce può essere efficace, perché si colloca nel luogo fontale dell’Amore redentore”.

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